Dice: la guerra non è una cosa bella, ma a volte è necessaria.
Sarà.
Sta di fatto, però, che al mondo ci sono un sacco di cose non belle, eppure necessarie: ma il fatto che siano necessarie pur non essendo belle non implica la necessità di farle sfilare in parata per la gioia di grandi e piccini, spendendo soldi e impiegando risorse per organizzare lo spettacolo.
Gli eserciti sono stati inventati per fare la guerra: e quindi, anche se servono a fare una cosa brutta, possono essere necessari.
Ciò non giustifica il fatto che sfilino in parata: anzi, credo che sborsare fior di quattrini per farli sfilare in parata sia un'alzata d'ingegno insensata.
Altrimenti finisce che a forza di applaudirli qualcuno si confonde, e finisce per pensare che la guerra, oltre a poter essere necessaria, è pure una cosa bella.
Tutto qua.
30 maggio 2012
Bellezza e necessità
postato da Metilparaben25 maggio 2012
Generatore automatico di esclusive e sconvolgenti inchieste di Repubblica
postato da MetilparabenIstruzioni: fare refresh per ottenere una nuova esclusiva e sconvolgente inchiesta di Repubblica
24 maggio 2012
Una macchina anziché tre
postato da MetilparabenIl signor Rossi, impiegato, prende la macchina alle otto di mattina, arriva al lavoro e parcheggia sotto l'ufficio; verso le diciotto si rimette alla guida, torna a casa, posteggia la macchina e la riprende la mattina successiva.
La signora Verdi, casalinga, abita vicino all'ufficio del signor Rossi, e verso le dieci prende l'auto per andare a fare un po' di spesa; poi torna a casa, parcheggia, verso le sedici e trenta si rimette in macchina per andare a prendere il figlio a scuola e rincasa mezz'ora dopo.
Il signor Bianchi, cameriere, abita vicino a casa del signor Rossi e prende l'auto intorno alle diciannove: la posteggia vicino al ristorante in cui lavora e verso l'una di notte se ne torna a casa.
E' di tutta evidenza che il signor Rossi, la signora Verdi e il signor Bianchi posseggono un'automobile ciascuno, ma potrebbero tranquillamente condividerne una sola: il che non significa soltanto che la città sarebbe ingombrata da una sola auto anziché tre, ma anche che i comproprietari potrebbero dividere per tre il costo di acquisto e le spese di gestione dell'auto, risparmiando in tal modo una barca di soldi che potrebbero utilizzare per molti altri scopi, tra i quali pagarsi taxi nel caso in cui si trovassero a doversi spostare al di fuori degli orari consueti o noleggiare una macchina quando vanno in vacanza.
Immaginate che tutti i signori Rossi, Verdi e Bianchi d'Italia si organizzassero così: le nostre città non sarebbero più dei giganteschi garage a cielo aperto, nei quali le macchine parcheggiate ricoprono ogni centimetro disponibile, e in più i loro abitanti si ritroverebbero in tasca un mucchio di soldi in più.
Non si tratta di una mia fantasia, naturalmente: si chiama carsharing, e come tutte le altre forme di condivisione andrebbe incentivato in ogni modo possibile e immaginabile, specie in un periodo di crisi come questo, replicando su larga scala l'esempio banale che ho appena fatto e svuotando il paese dalla lamiera in cui sta soffocando.
La cosa, naturalmente, andrebbe a tutto discapito delle aziende che producono le automobili, le quali si ritroverebbero con un fatturato ridotto di un terzo: ed è proprio per questo, temo, che le nostre amministrazioni si guardano bene dal pubblicizzarla e svilupparla più di tanto; magari menandola con la vecchia storia dell'occupazione, come se un colosso automobilistico, di fronte al disastro ambientale che ci sta investendo come un uragano, non avesse tutte le possibilità -e, per inciso, la responsabilità- di investire qualche quattrino e riconvertire in altro una parte della sua produzione.
Io, che col carsharing vado avanti alla grande da qualche mese, vi invito tutti a provarlo: e magari a chiedere al sindaco di istituirlo, se nella vostra città ancora non c'è.
Ne va della decenza del posto in cui vivete, e pure dei quattrini che avete in tasca.
Che dite, sono motivazioni sufficienti?
23 maggio 2012
Io sono qua che prendo appunti
postato da Metilparaben
Abbiate pazienza, ma la domanda sorge spontanea: quando cazzo ce l'hanno mai detta, la verità?
Vado a memoria e alla rinfusa: non ci hanno detto la verità, o perlomeno non ce l'hanno mai detta tutta, sulla strage di Piazza Fontana, sul deragliamento di Gioia Tauro, sull'attentato di Piazza della Loggia, sulla bomba dell'Italicus, sulla strage di Bologna, sull'attentato al rapido 904, su Gladio, sul piano Solo, sul sequestro Moro, sull'omicidio Pecorelli, sul suicidio Calvi, sul caso Sindona, sulla morte di Pinelli, sul delitto Calabresi, sulla loggia P2, sul disastro aereo di Ustica, sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, e via discorrendo con altri edificanti episodi che in questo momento mi sfuggono.
Adesso viene fuori che nessuna ragion di stato può ostacolare la verità.
Fantastico.
Allora, per cortesia, chi conosce i dettagli delle vicende che ho succintamente riassunto qui sopra -perché c'è, chi conosce quei dettagli- inizi pure a parlare.
Io sono qua, che prendo appunti.
Dai, allunghiamogli le gambe
postato da MetilparabenC'è una vecchia barzelletta che funziona più o meno così: un tizio vuole farsi accorciare il pisello perché è di una lunghezza sproporzionata, ma siccome in sala operatoria l'intervento non riesce il dottore guarda i suoi assistenti e dice: "Vabbe', dai, allunghiamogli le gambe".
Ecco, il ddl anticorruzione di cui si parla in questi giorni mi ricorda tanto quella barzelletta: perché se la giustizia italiana è un colabrodo che manda in prescrizione migliaia di reati, pensare di risolvere il problema aumentando la prescrizione anziché riformare una volta per tutte il sistema giudiziario è un po' come allungare le gambe a quel tizio invece di accorciargli il pisello.
Sapete cosa penso? Che pur di non mettere mano ai problemi della giustizia finiremo per abrogarla, la prescrizione: così come, travolti dallo scalmanato impeto giustizialista che imperversa in lungo e in largo, abbiamo di fatto già abrogato il principio per cui ciascuno è innocente fino al momento della condanna, il carattere eccezionale della carcerazione preventiva e il valore rieducativo della pena.
Tutta roba della quale, nell'emergenza di un paese invaso dall'illegalità, pensiamo di poter fare a meno: finché non ci accorgeremo che due -o tre, o quattro, o enne- torti non fanno una ragione; che quelle garanzie dimenticate andavano salvaguardate a maggior ragione in un momento tanto difficile; che dal malaffare si esce praticando lo stato di diritto, non cancellando come se niente fosse decenni -e a volte secoli- di civiltà giuridica.
Sarà un brutto giorno, quello in cui ce ne renderemo conto.
E forse, come spesso accade, sarà troppo tardi per tornare indietro.
22 maggio 2012
Pensa se non cambiava niente
postato da Metilparaben21 maggio 2012
Generatore automatico di attendibili e documentate rivelazioni giornalistiche sull'attentato di Brindisi
postato da MetilparabenIstruzioni: fare refresh per ottenere una nuova attendibile e documentata rivelazione giornalistica sull'attentato di Brindisi
18 maggio 2012
Generatore automatico di tasse per arginare la crisi
postato da MetilparabenIstruzioni: fare refresh per ottenere nuove tasse per arginare la crisi
17 maggio 2012
Un'aggravante insensata
postato da MetilparabenUccidere la moglie perché non si sottomette alla propria volontà, perché non corrisponde alle proprie aspettative o semplicemente per gelosia è più grave che ammazzare un marito per le stesse ragioni?
Valutando le situazioni singole, evidentemente, no: in entrambi i casi, infatti, si tratta di omicidi riconducibili all'insano senso di possesso nutrito da parte di un individuo nei confronti di un altro individuo, che dovrebbero essere puniti esattamente allo stesso modo.
Le differenze -e sono differenze assai vistose- si possono riscontrare invece a livello complessivo.
Tanto per iniziare, accade molto più spesso che un maschio ammazzi una femmina piuttosto che il contrario, prova ne sia il fatto che la violenza degli uomini sulle donne rappresenta una vera e propria piaga sociale -il cosiddetto "femminicidio", di cui io stesso ho parlato spesso con grande preoccupazione-, mentre la violenza delle donne sugli uomini no.
In secondo luogo, le aggressioni degli uomini nei confronti delle donne sono la punta dell'iceberg di una diffusa mentalità maschilista di cui il nostro paese -e non solo- è profondamente intriso, che non si limita a spiegare i suoi effetti a livelli da cronaca nera, ma pervade capillarmente la società determinando una pressoché sistematica discriminazione di genere nelle famiglie e sui posti di lavoro.
Infine, la violenza maschile sulle femmine è resa ancora più odiosa dal fatto che in genere le donne sono fisicamente meno forti dei maschi, il che conferisce a quella violenza un carattere di vigliaccheria che non può lasciare indifferenti.
Per come la vedo io, però, tutto ciò non può giustificare l'idea di inserire nel codice penale la cosiddetta "aggravante per femminicidio", vale a dire un aumento della pena riconducibile al fatto che un maschio aggredisca una femmina per le ragioni che ho appena accennato.
Il punto è tutto nella domanda con cui ho aperto il post: alla quale, se ci muoviamo nell'ambito del diritto penale, non si può che rispondere limitandosi al caso singolo, giacché in uno stato di diritto ciascuno è chiamato a rispondere delle proprie azioni, ma non può ritenersi responsabile di quelle altrui; non mi pare, quindi, che l'aggravante a carico di un assassino possa essere posta in funzione del fatto che altri -per quanto numerosi essi siano- abbiano commesso il suo identico delitto, perché ciò equivarrebbe ad addossargli anche la colpa di quegli omicidi, dei quali egli non è responsabile.
Così come non mi sembra che l'aggravante per un atto di violenza si possa ricollegare alla -pur odiosa- mentalità maschilista dell'aggressore, a meno di non volerla prevedere anche nel caso in cui -specularmente- l'aggressore sia una donna, la vittima sia un uomo e la motivazione sia la mentalità femminista dell'omicida: altrimenti si dovrebbe concludere che l'elemento distintivo dell'aggravante non è la circostanza di essere riconducibile ad una data mentalità -cosa già di per sé discutibile, ma lasciamo correre-, ma il fatto che quella mentalità sia più o meno diffusa nella società in cui viviamo; cosa che, di nuovo, condurrebbe a stabilire una pena differenziata in ragione di elementi che non riguardano solo il reo, ma anche altri soggetti.
L'unica ragione valida per immaginare un'aggravante, quindi, resterebbe l'ultima, vale a dire la differenza di forza fisica e la conseguente odiosità di chi se ne approfitta: ma in tal caso essa dovrebbe essere analogamente prevista per tutti i casi in cui, a prescindere dal sesso, l'aggressore sia sproporzionatamente più prestante rispetto all'aggredito.
Badate: queste considerazioni non significano che io me ne freghi del femminicidio, che ritenga la violenza degli uomini sulle donne un fatto trascurabile, che sottovaluti il maschilismo, ma piuttosto che secondo me le soluzioni avventurose finiscono sempre per incasinare i problemi anziché risolverli.
Né -perdonatemi la lunghezza, ma devo dirla tutta- rileva la domanda che generalmente, a questo punto, mi viene posta: allora, sentiamo, tu che faresti per risolvere il problema? Perché anche se io non l'avessi, una soluzione, se non riuscissi a immaginarla, se non vedessi la luce, ciò non comporterebbe automaticamente la necessità di essere d'accordo con il primo rimedio che sento proporre in giro.
Insomma, per farla breve: a me l'aggravante per femminicidio pare un'alzata d'ingegno insensata, e come tale non solo inutile, ma perfino controproducente.
Probabilmente le soluzioni del problema -che c'è, ed è enorme- sono altrove: parliamone, per quanto complicato possa essere, ma non ci affidiamo alla solita strategia di dare per buona la prima fregnaccia che ci viene in mente.
16 maggio 2012
State in campana
postato da MetilparabenOggi, intorno all'una e mezza, sono dalle parti di Piazza Fiume; alla stessa ora mio padre, che lavora con me all'Esquilino, esce da studio per andarsene a casa. Dopo qualche metro una macchina che passa si accosta, e dal finestrino un tizio lo saluta con una formula del tipo "caro dottore, come va, si ricorda di me?".
Mio padre -come spesso avviene a chi vede un sacco di persone diverse tutti i giorni da anni- non se lo ricorda affatto, ma la cosa gli pare scortese: ragion per cui -come spesso capita di fare anche a me- finge di aver capito benissimo di chi si tratti, e si spinge fino ad intrattenere una breve conversazione il più possibile generica ("come va?", "tutto bene?" e via discorrendo).
Dopo questi convenevoli il tizio dice a mio padre una roba del tipo "a proposito, dottore, mi deve dare 2.400 euro per il portatile di Alessandro". Mio padre risponde che non ne sa niente, e allora il tizio propone di chiamarmi per verificare: compone un numero, mi saluta e poi passa il cellulare a mio padre affinché parli con me.
In quel momento io sono in un bar dalle parti di Viale Regina Margherita a bere una centrifuga di frutta e non ricevo nessuna telefonata; nondimeno, la voce che mio padre sente dall'altra parte della cornetta -a suo dire identica alla mia- gli spiega che sì, ho comprato 'sto portatile e mi ero dimenticato di chiedergli se per cortesia mi anticipava i soldi per pagarlo.
Mio padre è perplesso, non si fida. Tuttavia, essendo ancora più strambo di me, non possiede il telefonino, e quindi non potrebbe farmi una controtelefonata per verificare che la voce che sente sia davvero la mia: quindi mi dice -a me, cioè a quello che finge di essere me- che purtroppo non ha con sé una somma del genere, e ripassa il cellulare al tizio. Quest'ultimo, a sua volta, mi -gli- chiede cosa si può fare, e poi biascica una cosa tipo "ah, ok, mi faccio dare qualcosa di anticipo, ciao ciao": dopodiché dice a mio padre che io gli ho detto di farsi dare qualcosa di acconto.
In quel momento io sono nel bar di prima, ho il telefono silenzioso in tasca e l'unico acconto a cui penso è quello che mi servirà tra qualche secondo per pagare due centrifughe e due caffè.
Siamo al finale: mio padre risponde di non avere un euro nel portafoglio, il tizio -invero irriducibile- gli propone di andare al bancomat insieme a prelevare, mio padre -che, sia detto per inciso, oltre al cellulare non ha usa manco il bacomat- ripete che non intende pagare alcunché, il tizio risale in macchina, mette in moto e se ne va sgommando.
Tutto qua. Ma non è cosa da poco, credo.
State in campana, quando ve ne andate in giro per strada e incontrate qualcuno che non ricordate.
Copyright © 2011 METILPARABEN
Designed by headsetoptions, Blogger Templates by Blog and Web

